Uganda: Perla d’Africa

Puoi visitare qualunque posto meraviglioso sul pianeta Terra, ma come l’Africa, non ce n’è.

Il Continente Nero ha questo potere magnetico che nessun altro luogo possiede. Una volta messo piede su quel suolo, non passerà anno senza che l’Africa non venga a bussare alla porta della nostalgia, è il prezzo da pagare per aver posato gli occhi su quella terra affascinante dai forti contrasti. E’ il famoso mal d’Africa. Me lo sono sempre immaginato come la bastonata che Rafiki sferra sul testone di Simba ne Il Re Leone. A volte il dolore passa, altre volte l’unico modo per alleviarlo è mettersi in viaggio. Ho pensato che, per calmare il male, non ci fosse paese più giusto di uno chiamato “Perla d’Africa”: Uganda, terra dei gorilla di montagna.

Che poi, su una cartina geografica in bianco, sapreste collocare correttamente l’Uganda? Io no, ho difficoltà con le regioni italiane, figuriamoci con i 54 stati africani! Rischierei di metterla al posto del Burundi.

L’Uganda è un paese grande quanto due terzi dell’Italia e si trova esattamente nel centro del continente, sulla linea dell’equatore. Confina a nord con il Sud Sudan, ad Est con il Kenya, ad Ovest con il Congo e a Sud con Ruanda e Tanzania.

Insomma laggiù! Questo significa che per raggiungere l’Uganda occorrono tante, troppe ore da passare nell’alto dei cieli. Ero consapevole che all’aeroporto avrei trovato il mio nemico di sempre: il volo Ethiopian Airlines Milano-Addis Ababa. Non credo di aver mai scritto nulla su quanto accaduto nell’ultimo viaggio, ma è stato un incubo. Premetto che, da qualche anno, affronto un volo aereo con la stessa pace dei sensi di un anziano che abita sopra una discoteca, ma quella sera la compagnia aerea ha voluto strafare. Al momento del decollo, l’airbus si è spento facendo lo stesso rumore dell’aspirapolvere quando premi il pulsante switch off. Dopo aver visto armeggiare i tecnici con la fiamma ossidrica per un problema al motore, uno stewart comunica che possiamo finalmente partire alla volta dello scalo di Roma. Lo fa con il tatto tipico di chi ha capito che sull’aereo il silenzio è causato dal panico dilagante. “Andiamo! Ora possiamo solo più pregare in Dio o in Allah”.

Una volta arrivati a Roma – vi dico solo che ho quasi rimpianto le restrizioni delle compagnie low cost – abbiamo caricato la qualunque tra personaggi ambigui, galline e bagagli king size. Ad una certa il comandate ha esordito, al microfono, con un: “I’m tired, I don’t wanna fly ok? Goodnight!”. Esaurimento nervoso per lui, ed hotel romano per noi. Partenza posticipata al giorno dopo con un nuovo comandante, meno nervoso.

Il giorno seguente, al momento dell’imbarco per l’ennesimo Milano-Addis Ababa, non potevo che aspettarmi di tutto: serpenti in cabina, sparatorie, zombie. Invece ho fatto pace con me stesso e con un aereo completamente rimodernizzato. Tra un film, una dormita ed un pasto a base di riso piccante – stesso gusto e consistenza di un copertone – io ed un piccolo gruppo di viaggiatori siamo arrivati in Etiopia sani e salvi.  Le ore a marcire in aeroporto prima di raggiungere Entebbe, sono alleviate solamente dai volti illuminati di gioia di alcuni neo-genitori dopo aver adottato un pargolo.

L’Africa è un’esperienza immersiva che comincia non appena scendi dall’aereo. Il sole che scalda la pelle, il caldo equatoriale avvolgente, il chiassoso lavorare delle strutture aeroportuali, il profumo quasi inconfondibile che racchiude i colori di una terra viva e rigogliosa ma, soprattutto, la proverbiale e tanto decantata velocità con cui gli africani affrontano la vita. Ho pensato di compiere i 30 anni al controllo passaporti, hakuna matata!

Caricati i bagagli su uno di quei minivan della Toyota – che fanno tanto avventura – è bastato uno sguardo per capire che Entebbe, a pochi passi dalla capitale Kampala, non è una città tipicamente Africana. Ricca – dove per ricco intendo un tenore di vita decente per i nostri standard – con campi da golf, strade asfaltate e costruzioni dignitose. A detta delle guide è il luogo dove i cittadini benestanti comprano la seconda casa per le vacanze. Entebbe sorge sul Lago Vittoria, il secondo lago più grande al mondo. Sulle sue sponde gli ugandesi amano rilassarsi e fare il bagno. Effettivamente, visti i 30 gradi, ti vien voglia di fare un tuffo; poi ti raccontano che la cosa migliore che rischi di beccarti è la bilharzia, un parassita mortale che, con tutti gli orifizi di cui siamo dotati, sceglie proprio i genitali per farsi strada. E niente, in Uganda meglio la doccia!

Tra i bambini in uniforme diretti a scuola, i grandi caschi di banane ed il marasma dei mercati, una delle prime tappe è presso la riserva di Ziwa: Santuario dei Rinoceronti.

Si tratta di un’area di 70 km quadrati dove un’ONG, la Rhino Fund Uganda insieme agli enti naturalistici ugandesi lavorano per la futura reintroduzione dei rinoceronti bianchi.

Una volta su Focus, rivista che ogni uomo tiene al gabinetto, ho letto che il rinoceronte bianco si chiama cosi per un errore di traduzione. Gli inglesi dicevano ‘wide rhino’ per via della mascella molto pronunciata dell’animale, ma in africa capivano ‘white rhino’ LOL. Quindi non aspettatevi che il rinoceronte bianco faccia pendant con i vostri mobili shabby chic, è sui toni del grigino.

Tornando a noi non avevo notato che sul programma, sotto la voce ‘visita della riserva’, ci fosse scritto ‘trekking’. Chiesi più volte, con preoccupazione, “trekking nel senso che li vediamo dalla macchina, vero?”. Ovviamente no! Vi dico solo che avevo addosso un paio di bermuda, delle sneakers trasparenti e dei calzini tirati su al ginocchio con disegnati dei fenicotteri. “Fantozzi che fa, batti?”

Passano pochi minuti prima di trovare nel bush verde e giallo quelle bestie affascinanti e mastodontiche. Sembrano davvero fuori posto nella nostra era. Mentre osservavo tre rinoceronti da una distanza che, su una scala da li vedo col binocolo a li tocco, ero intorno all’effetto bifidus actiregularis. Riuscivo solamente a pensare alle parole della mia professoressa di ginnastica del liceo durante la campestre: “Civera sei lento! Muovi quel culo grasso”. Nonostante i ranger spieghino che, in caso di pericolo, bisogna buttarsi dentro le sterpaglie; io sapevo bene che l’unica mia speranza sarebbe stata quella di suscitare in loro pena per via del mio outfit.

Fortunatamente sono bestie che capiscono poco di moda e, per quanto scontrose, quelle arrivano da diversi parchi/riserve/zoo nel mondo, dove hanno avuto modo di abituarsi all’essere umano e non lo percepiscono come una minaccia anche se, visto il bracconaggio, farebbero meglio ad iniziare ad odiarci. Inoltre sono praticamente ciecati, della serie “se non ti muovi non ti vede” – come il T-Rex – meno male sono campione di un due tre Stella.

Giusto il tempo di riordinare le idee in hotel, doccia d’acqua e di Autan anti elicotteri volanti, per poi partire alle volte dei grandi parchi. Guidare per le strade dell’Uganda offre una varietà di paesaggi davvero molto diversi tra loro, oltre alle decine di villaggi e alle poche città, la vegetazione ed i colori cambiano nel giro di pochi chilometri. E’ possibile ammirare rigogliose coltivazioni concentrate nel sud del paese, fino alle zone più aride di savana al nord, passando nei colori quasi marziani della terra rossa. Il principale motivo di questa ricchezza di territorio e biodiversità è dato dalle altitudini che vanno da circa 700 metri sul livello del mare, fino addirittura a toccare i 4300 metri sul monte Wagagai. Praticamente passi dal caldo torrido al piumino in un battito di ciglia, ed è subito febbre a 40.

Le strade asfaltate, tranne qualche raccordo principale, finiscono appena pochi km fuori dalla città. A nord del paese, invece, si trova il Parco Nazionale Murchison Falls. È un po’ come fare una sessione intensa di pedana vibrante, senza il risultato chiappe alla Brad Pitt.

Fortunatamente il viaggio è sempre alleviato dalla vista del paesaggio e addolcito dalle celebri bananine africane, una vera e propria droga. Si, le stesse che vendono all’Esselunga dimenticandosi di scrivere ‘prive di gusto’.

Lungo le vie principali è anche facile incontrare quelli che sono stati ribattezzati – da chi non si sa – gli Autogrill del posto. Sono delle specie di punti ristoro invasi da pubblicità della Pepsi e personaggi che brandiscono spiedini – voglio credere di pollo – à emporter ma, tali individui, sono abbigliati con casacche di diverso colore a seconda dell’emporio d’appartenenza. Mancava solo Jocelyn: “attention trois, deux, un”.

Da non confondere, però, con quelli completamente vestiti di giallo. Non si tratta della moda dell’estate ma di galeotti costretti dal governo ad essere riconoscibili, e quindi provare vergogna. Questo paese già mi sta simpatico.

Il Parco di Marchison Falls regala quel benvenuto che ti aspetti dal Continente Nero. Le imponenti cascate Murchison, che si trovano a metà tra il Lago Vittoria ed il Lago Alberto, rompono il silenzio con un bel salto di 43 metri da cui spicca una cornice naturale mozzafiato divisa solo dai colori dell’arcobaleno. Benvenuti!

Cascate Murchison

Cascate Murchison

Era esattamente il 14 febbraio, e dopo quel fascio di luce colorata, iniziavo davvero a pensare che fosse un bel modo per passare S. Valentino. Poi il ritorno alla dura realtà, perché c’è sempre qualcosa che ti ricorda che puoi andare dall’altra parte del mondo, lasciarti dietro il passato e con lui tutti i problemi, ma LE CORNA NO. Quelle te le porti dietro ovunque.  #zannedimerda

Se ami il gli animali, il game drive – è il nome pettinato per chiamare il safari – è il raggiungimento del nirvana. Per citare il caro e buon vecchio Forrest Gump “è come una scatola di cioccolatini, non sai mai quello che ti capita”, ma è anche marrone come la merda, se gli incontri diventano troppo ravvicinati.

Quando apri il tettino del minivan, ed esci alla ricerca delle centinaia di esemplari per ogni specie, inizia un viaggio avvolgente che vorresti non finisse mai.

Impala

Ci sono poche regole da seguire per affrontare correttamente un Safari.

Avere un’ottima vista, o in alternativa un ranger che ce l’abbia per voi. Io ad esempio non riuscirei a vedere un pachiderma in una piana e sono ancora convinto che alcuni leopardi avvistati fossero degli splendidi rami massicci – in Australia ho quasi pestato un serpente nero su una spiaggia di sabbia bianca. 

Uscire all’alba o al tramonto. Gli animali hanno le stesse abitudini di un milanese imbruttito. Tutto il giorno al fresco poi, quando  si abbassano le temperature, tutti a far bisboccia.

Non urlare. Ho visto gente fischiare a dei leoni assonnati, una volta tanto gli imbecilli non erano italiani. L’animale tanto non vi caga, o alla peggio se ne va. Magari attaccasse, magari!

L’abbigliamento dev’essere tutto rigorosamente color cachi. E va bene non è necessario però fa parte del fascino del safari, anche se finisci per assomigliare al cacciatore di Jumanji. Inoltre è un colore che attira meno gli insetti.

Hornbill

Aquila crestata

Già gli insetti. Lo so che è limitante aver conosciuto l’Africa guardando Il Re Leone. Però quelli della Disney tra un auimbaue ed un leone addormentato potevano dirlo che per terra, sui muri, ed in cielo circolano dei mostri disgustosi.  In effetti c’è un motivo se prima di partire vi fate una cocktail di farmaci che stroncherebbe un cavallo, a meno che non abbiate vissuto il periodo universitario e allora avrete mandato giù di peggio. Antitifica, epatite A, epatite B, antitetanica, febbre gialla, antimalarica, praticamente potreste leccare il pavimento di un bagno sporco senza avere conseguenze. Tutto questo potpourri di roba per difendersi mica dai coccodrilli, leoni, ragni, serpenti ma da quello che potrebbero trasmettere le zanzare. Dico potrebbero perché le piccole bastarde infette sono veramente poche, ci vuole una bella dose di sfiga.

Ma come dice sempre un amico, siamo così fortunati che se cade un cazzo per terra ci rimbalza dritto nel cu..rioso! A rompere più le balle, però, sono le mosche tse tse che speravamo estinte insieme a Para No Verte Mas invece continuano a ciucciare dolorosamente il sangue come una ex moglie. Possono trasmettere la temuta tripanosomiasi umana africana, detta anche malattia del sonno, ma siamo di nuovo nell’ambito della sfiga.

Cascate Murchison

Ippopotami

Coccodrillo del Nilo

In Africa tutto è potenzialmente mortale, quindi bisognerebbe affrontare il continente nero con quell’atteggiamento statistico del tipo ‘potrei sempre inciampare uscendo di casa e morire’ oppure ‘se mia nonna fosse un carretto, avrebbe le ruote’ e via dicendo. Insomma, l’ottimismo è pur sempre il profumo della vita.

Bene, ora che vi ho messo una gran voglia di andare a fare vacanze al Polo Nord, parliamo anche di animali. In Africa vivono in un ambiente che per loro non ha eguali.

Antilope d’acqua

L’Uganda è un posto in cui è possibile avvistare i famosi Big Five, l’espressione è stata presa in prestito dalla caccia che indicava così i 5 animali più pericolosi da cacciare quali l’elefante, il leone, il leopardo, il rinoceronte e il bufalo.

In realtà l’unico parco al mondo dove poter vedere tutte queste 5 specie in libertà è l’Addo Elephant National Park in Sudafrica.

Non credo che in Africa ci sia realmente un animale meno sensazionale di un altro, è solo una questione di preferenze e devo dire che non dimenticherò mai la prima volta che ho incontrato un elefante africano. Maestoso, fiero ma soprattutto enorme. Gli elefanti hanno la capacità di fermarti il cuore, riesci a percepirne la reale pericolosità. Passerei ore a guardarli, mentre si sparpagliano addosso la terra con la proboscide o mentre la loro organizzazione matriarcale si occupa di dare protezione ai piccoli. Ho capito che con loro hai poche opzioni. O impari a decifrare il loro comportamento dalla posizione delle orecchie, un po’ come hai imparato a tradurre i “fai come vuoi” della tua donna, oppure ti tieni a distanza di sicurezza ed è la soluzione migliore. Sono bestioni imprevedibili, a volte gli girano le balle senza apparente motivo ed iniziano a barrire. Se caricano fai prima a fingerti un ratto per spaventarli, piuttosto che scappare – deja-vu “muovi quel culo grasso”.

In uno dei meravigliosi lodge in stile coloniale che si trovano nel parco del Queen Elizabeth, tra un cuscino di velluto e decine di uccelli tessitori, veniva sempre a fare visita un gigantesco elefante. Una sera ha pensato bene di infilarsi sotto il porticato delle stanze per mangiare dalle foglie di un albero chiuso in un cortiletto interno. Panico, anche perché non gli puoi dare un buffetto sulle chiappe dicendo “no, non si fa, brutto”. La notte dopo ha divelto metà dei panelli solari del lodge. E’ sempre un piacere essere svegliati nel cuore della notte dai colpi di fucile sparati per avvertimento. Pensavo già ad un colpo di stato. Ma in fondo, che siate in un lodge o in un campo tendato, i rumori notturni fanno parte del pacchetto. Lo stesso pacchetto che ha incluso un leone nei pressi della mia tenda qualche anno fa nel Ruaha, in Tanzania, ma questa è un’altra storia ed un altro paio di mutande cambiate.

Uccelli tessitori

I bufali si vedono a decine, anche loro hanno un meraviglioso carattere da preciclo. Tralasciando il fatto che quando li vedo riesco solo a pensare alle mozzarelle. Altra cosa che conosco di loro è che, in caso di attacco, bisogna buttarsi a terra per evitare le incornate, sempre che non ti calpestino. Se, come no. Correrei neanche mi avessero detto che sono avanzati due posti al concerto dei Coldplay.

Durante un safari tutti cercano, in modo ossessivo, solamente un animale: il re della foresta. Sarà perché non ci siamo ancora ripresi dalla morte di Mufasa o sarà perché i leoni sono effettivamente magnetici fatto sta che dove ci sono i grandi felini, gli occhi delle persone rimangono ipnotizzati a guardare, finché il sole non cala all’orizzonte che sono poi le 18 perché all’equatore, se vuoi fare aperitivo, te lo fai al buio.

Non è così scontato incontrarli, specialmente in Uganda dove non è consentito l’off road e le macchine devono rimanere sul percorso, onde evitare multe salatissime. Grande concentrazione di veicoli significa grande attrazione e state pur certi che i leoni fanno l’effetto dei gadget gratuiti alle fiere.

Nella zona sud-ovest del paese esiste il settore Ishasha del Queen Elizabeth, molto famoso perché i leoni hanno sviluppato la curiosa abitudine di arrampicarsi sugli alberi e riposare come sacchi di patate con le gambe a penzoloni. Cosa che pensavo fosse normale, la colpa è sempre di Rafiki.

I leopardi sono come gli unicorni, ovviamente non sono bianchi e non cagano arcobaleno. Talmente difficili da incontrare che sono paragonabili a delle creature mitologiche. Sono animali notturni e sfuggenti per natura ma, anche in questo caso, è tutta questione di culo. Ho incontrato persone che tornavano entusiaste dall’ultimo safari dicendo che avevano visto 4 leopardi, con i loro piccoli, a pochi metri da loro. E poi? Magari li avevano pure salutati con la zampa dopo essersi messi in posa per la foto.

Però c’è chi sta peggio, ad esempio un ricercatore che chiameremo ‘datti all’ippica’. In quanto grande esperto di leopardi, si è recato al Queen Elizabeth per studiare i felini. In 6 mesi di trappole, esche e ricerche minuziose di tracce, non ha visto neanche una macchia col binocolo, diventando lo zimbello di tutto il centro Africa. Immaginatevi gli scherzoni: gente che muoveva i cespugli con la schiena pitturata, cene a tema leopardo e così via. Insomma questo poveretto è tornato a casa con le pive nel sacco. Io l’ho visto un leopardo, ma da lontano, da molto lontano.

La savana rimane uno dei pochi luoghi che permettono di vedere una quantità incredibile di forme di vita. Ogni volta che lo sguardo volge da un punto ad un altro, sembra di vivere dentro ad un documentario della National Geographic. Gli animali simbolo del paese sono il kob ugandese e la gru coronata. Vi sono anche le eleganti giraffe che si nutrono di acacie, i facoceri – Pumba per intenderci – bruttini ma simpatici, soprattutto mentre brucano l’erba appoggiati sulle ginocchia delle zampe anteriori; i tetri avvoltoi che volteggiano sulle carcasse e ancora impala e antilopi d’acqua.

Facocero

Kob

Proporrei un minuto di silenzio anche per l’alcefalo, un’antilope africana con le corna a forma di cuore, da tutti soprannominata ‘stupid animal’ perché inizia a correre dimenticandosi il motivo.

Alcefalo

Gli spazi aperti rendono più facili gli avvistamenti, ma è anche vero che gli animali tendono ad evitare di rimanere nei luoghi dove possono facilmente diventare il pranzo di qualche grosso felino, categoria che vede come grande assente i ghepardi, non presenti nella zona. Sembra incredibile ma al mio ritorno la domanda che mi è stata fatta più spesso è: “che bella l’Africa, hai visto le tigri?” si, anche gli orsi polari!

Laddove il bush si fa più fitto c’è un solo modo per scovare gli animali, il boat drive.

Se vi parlo di crociera sul Nilo, automaticamente pensate all’Egitto e a quell’acqua che se per sbaglio ingerite vi fa stare sul gabinetto per una settimana. Suona strano, eppure è possibile solcare le acque del Nilo anche in centro Africa. l’Uganda è attraversata dal Nilo bianco, uno dei due principali tributari del Nilo insieme al Nilo Azzurro, ed è naturalmente popolato da ogni genere di animale africano. Dove c’è acqua c’è la vita, e con una piccola barchetta è possibile avvicinarsi notevolmente alle sponde del fiume dove, prima o poi, tutti gli abitanti di queste terre vengono ad abbeverarsi. Oltre agli elefanti che si gustano un po’ di refrigerio, coccodrilli enormi, bufali, felini e gli schivi maiali giganti di foresta dall’aspetto demoniaco. È anche più facile avvistare tante delle oltre 300 specie di uccelli, tra le quali vi sono: le aquile pescatrici, aquile dalla lunga cresta, gru, cicogne, pellicani, uccelli martello ed i martin pescatore, tra cui il famoso e coloratissimo martin pescatore pigmeo africano.

Martin pescatore

Cicogna africana

Aquila pescatrice

Poi ogni tanto vedi sfrecciare dei piccoli missili con il becco rosso fuoco piantato nell’acqua. Lo utilizzano come se fosse una rete da pesca e quello che vi rimane intrappolato diventa il loro pasto.

L’Uganda è anche il regno del becco a scarpa, un grosso uccello blu-violetto con il becco simile alle Crocs e sia chiaro che lui è l’unico essere vivente a cui stanno bene! E comunque non l’ho visto, il solito CULO.

Antilopi d’acqua

Impala

I veri padroni del fiume, però, non sono né gli elefanti né i coccodrilli, bensì gli ippopotami. Nonostante quelle facce buffe e quell’immagine tutta occidentale di animale tenerone per colpa di Pampers e Kinder Happy Hyppo, il grosso mammifero continua ad avere il primato di animale tra i più pericolosi al mondo e sicuramente più letali d’Africa. Se ti prende in acqua ti apre in due come un’anguria e se invece ti prende fuori dall’acqua, corre a 30km/h, ti calpesta come un insetto. Il punto è che in ogni caso ti prende. Il segreto come sempre è non disturbarli, anche perché se si sentono minacciati scompaiono sotto il pelo dell’acqua torbida ed iniziano a tendere agguati manco fossero Lo Squalo di Spielberg. Provate ad immaginare cosa succederebbe se un animale di 1800 kg sfiorasse, appena, la chiglia di una bagnarola di latta? Avrebbe qualche possibilità solamente Michael Phelps, forse.

Grandi assenti di questa parte d’Africa sono gli gnu, tipici di Kenya e Tanzania per via della grande migrazione. Sono pochissime anche le le zebre. Se infatti dei primi nemmeno l’ombra, i mammiferi a strisce si possono ammirare in una sola zona, il piccolo e verde Parco Nazionale del Lago Mburo, dove vivono indisturbati. Anche perché è l’unico parco dove, a detta delle guide, non ci sono felini. Quello che poi pensano tutti è che, non essendoci recinti, gli animali faranno un po’ quel cavolo che gli pare e nel caso ci fosse un leopardo residente, certo non lo andrebbe a dire in giro.

Fatto sta che gli abitanti di quelle zone attraversano indisturbati il parco, percorrendo le lunghe strade su cui spesso si incontrano i pascoli delle tipiche mucche ugandesi dalle enormi corna. Anche qui a ricordarci che quelle, le corna, non ti abbandonano mai.

Guardando gli ugandesi che attraversano la loro terra a piedi o in bicicletta, magari carichi di banane, di legno o di altri prodotti da trasportare, balena in testa il pensiero che forse noi, già lamentosi per gli spostamenti in macchina per il paese, non comprenderemo mai fino in fondo lo sbattimento che si fanno gli africani tutti i giorni della loro vita, o almeno, quelli che lavorano. Si perché mica tutti sono degli stakanovisti.

L’Uganda, vista da turista è un continuo “wow”. E’ come se a risaltare fossero solamente i colori, i sorrisi, il lento proseguire del tempo che non scandisce le cose. Insomma, va tutto bene. Soprattutto ovunque ci sono i bambini, bellissimi, sorridenti e di tutte le età. Sono molto curiosi e non passa volta in cui non abbiano voglia di alzare la manina per salutare. Confesso che ad ogni saluto rispondevo sempre con un po’ di timidezza perché avevo sempre il terrore che qualche bambino alzasse il dito medio, ci sarei rimasto troppo male.

Fa strano invece pensare che i bambini rappresentino la prova che NO, non va proprio tutto bene. Di chi sono tutti quei bambini? Perché sono sempre da soli, abbandonati a se stessi, chi se ne occupa? Non è semplice nascere in Africa, un luogo dove la ferocia della natura appartiene anche all’uomo. Una mamma ha sempre la responsabilità di vegliare sull’ultimo nato, ma quando la prole inizia a contare 5/6/7 elementi, saranno i fratelli maggiori ad occuparsi dei più piccoli. Che non navighino nell’oro non è certo una novità e allora a qualunque persona verrebbe da chiedersi: non è il caso di fare meno figli?

I bambini si fanno in due ed il problema è che l’uomo, in quanto genere, si comporta spesso come una merda. In Uganda il maschio medio segue la fede dell’ogni buco una capanna, come in ogni parte del mondo penserete, con la differenza però che da quelle parti le donne non hanno tutta questa voce in capitolo per potersi opporre alle avance. O forse nessuno si preoccupa delle conseguenze di avere una famiglia numerosa. Pare che spesso siano di casa anche gli schiaffi, al grido di “if you don’t bit her, you don’t love her”.

Bhè, il risultato è che gli ugandesi figliano come dei conigli. Ma se i bambini restano comunque qualcosa di meraviglioso, le malattie non lo sono per niente. L’AIDS, insieme a tutta una lunga serie di malattie sessualmente trasmissibili, si distribuisce con la stessa velocità con cui Il Pulcino Pio ti buca il cervello. Quel che davvero spaventata è che se fermi uno di quei maschi che ciondolano per la strada con qualche grossa birra in mano, alla domanda “ma non hai paura di contrarre l’AIDS?” molto probabilmente ti risponderebbe: “perché tu pensi che non morirai di qualcosa?”. E allora capisci che non esiste una reale percezione della pericolosità di certi mali, è tutta una questione di ignoranza.

E’ anche curioso sapere che gli imprenditori stranieri che vivono in Uganda, difficilmente ti diranno che amano gli ugandesi, specialmente sul lavoro. Al di là della loro proverbiale lentezza – hakuna matata filosofia del take it easy – purtroppo serpeggia ancora la stupida credenza che i musungu, uomini bianchi in swahili, siano ricchi e che nel nostro paese i soldi vengano raccolti sulle piante. Ovvio che il confronto del benessere economico sia imbarazzante, ma tali credenze incentivano alcune persone a mettertela in quel posto al musungu. Diventa così difficile trovare dei validi collaboratori sul posto. Sappiate che se vi capita di cuccare tantissimo non è perché siete belli, ma perché la donna vi vede con gli stessi occhi con cui Melania Trump vede suo marito, o se preferite come la Pascale vede Silvio. Oh, mica tutti, sto generalizzando!

Le credenze e la mancanza di istruzione rimangono ancora uno dei problemi principali, non solo dell’Uganda, ma di gran parte dell’Africa. Sono arrivate le religioni a cercare di mettere un po’ di ordine e gli ugandesi sono prevalentemente cristiani (41% cattolici, 35% cattolici, 12% islamici) ma la realtà è che queste religioni sono spesso praticate parallelamente all’animismo, ancora molto diffuso. La paura per la magia nera è ancora viva nelle persone e si raccontano storie di come, fino a pochi anni fa, venissero ancora sacrificati i bambini durantie oscuri rituali propiziatori. Fortunatamente i bambini ora sono liberi di scorrazzare, ma è quasi divertente ascoltare il guaritore del posto che, oltre a prescrivervi rimedi per curare il mal di testa, ad una certa, preso dall’entusiasmo, inizia a suggerirvi rituali per far morire qualcuno che vi sta sulle balle oppure per avere successo.

Negli ultimi anni iniziano a notarsi i cambiamenti ed il progresso. In questo momento in Uganda c’è una Repubblica Presidenziale, che in altre parole è una dittatura mascherata da democrazia. Pare però che il presidente Yoweri Museveni, sia stato l’unico a riuscire a prendere correttamente in mano le sorti del paese. E’ riuscito addirittura ad aggiustare una situazione spinosa che riguardava uno dei parchi più belli di tutta l’Africa. In una zona remota nell’estremo nord dell’Uganda, al confine con il Sud Sudan, si trova il Kidepo Valley National Park, fino a qualche anno fa quasi impenetrabile perché popolato da Masai che avevano la cattiva abitudine di fare i cecchini. Sembra la storia di un film, eppure questi erano talmente tachenti che non ne volevano proprio sapere di sotterrare l’ascia di guerra. Non si sa come, e la speranza è non con la forza, ma il Presidente è riuscito a calmare gli animi trasformando la Kidepo Valley in una delle aree da visitare più affascinanti, pure ed incontaminate di tutta l’Africa. In cui non sono stato ma ci fidiamo sulla parola, LOL.

Insomma il Presidente pare che se la stia cavando bene anche se il malcontento si avverte di più nel nord del paese, più povero e secco, mentre nel sud (da dove proviene Museveni) il verde è rigoglioso, c’è acqua e si vedono spuntare nella vegetazione addirittura delle ville. In Uganda c’è la pace da circa 20 anni e questo è l’importante. La situazione per ora sembra stabile anche perché il Presidente deve aver così gradito i benefit del governo che ha fatto in modo di essere sempre rieletto, magia!

L’instabilità politica comunque è dietro l’angolo, per un solo motivo: Yoweri Museveni ha 72 anni, non è più un giovinotto. In questo momento si starà dando delle grattate che manco Pippo Baudo dopo la scomparsa di Bongiorno/Vianello/Corrado/Sabani. Il figlio potrebbe prendere il suo posto ma non piace alla gente e farlo salire al potere significherebbe scrivere sul palazzo del governo ‘dittatura’. Inoltre in Uganda esistono decine di gruppi etnici diversi tra popolazioni bantu, sudanesi e nilotiche, senza contare l’originario substrato etnico di cui fanno parte i pigmei che, poveretti, sono considerati come delle bestie dai loro stessi simili. Per adesso niente botte da orbi, ma chissà, se morisse Museveni potrebbe essere un gran casino. E se la cosa vi sembra impossibile, do you remember Ruanda, Tutsi e Hutu? Uomini che ammazzavano la moglie perché colpevole di appartenere all’altro popolo. Non solo la ferita del genocidio è ancora aperta ma in Ruanda non si vuole nemmeno più sentire parlare di differenze. La speranza è quella che l’Uganda rimanga un pacifico stato famoso per il turismo naturalistico ed il sorriso della sua gente.

Che poi sto dipingendo gli ugandesi come dei mostri ma in realtà molti, anzi voglio pensare la maggior parte di loro, sono persone meravigliose, trasmettono quella gioia che è solo degli africani. Provo molta simpatia per loro anche se alla pizza preferiscono il matoke, una purea di banane verdi che amano mangiare a colazione, a pranzo, a merenda, a cena, con tutte le salse ed i contorni possibili. Non saprei come spiegare la pietanza, forse è il corrispettivo della nostra polenta, sa di poco presa singolarmente ma con salse e contorni “può accompagnare solo”. Dopotutto non essendo così varia la cucina si sono arrangiati altrimenti era tutti i giorni riso, pollo, capra e ad andar bene un po’ di persico del nilo. Ci sono anche tante verdure e cose crude, ma ricordo ancora la volta in cui ho mangiato una foglia di insalata durante un safari, i due giorni seguenti ho visto più cessi che animali.

Ananas

Apprezzo moltissimo invece il fatto che siano bevitori di gin. Distillano il Waragi, stesso sapore del Mr. Muscolo. Va bene per digerire il pranzo di Natale del ’92 oppure per sturare il lavandino, in origine si chiamava War Gin perché veniva prodotto durante la guerra ma gli ugandesi non riuscivano a pronunciarlo così è diventato Waragi. Sarò una brutta persona ma quando me l’hanno raccontato ho riso per 40 minuti!

Gru coronata

Nel paese che ha fatto del kob e della gru coronata un simbolo nazionale, in realtà tutti gli amanti degli animali vengono per un altro motivo: le scimmie.

Scimmia di Patas

Scimmia di Vervet

Per il paese ne scorrazzano ben 15 specie tra colobi, cercopitechi e scimmie antropomorfe. Ci sono anche 6 specie di proscimmie. Avete presente quelle scimmiette con gli occhioni tondi che ispirano tanta tenerezza? Ecco, però vivono di notte quindi nella foresta al buio vacci pure tu! Come sempre i primi incontri con le scimmie, tolta qualche graziosa scimmia di Vervet e qualche scimmia di Patas dal manto rossastro, sono di quelli spiacevoli: i babbuini. Io non ce la faccio a farmeli stare simpatici, sono CAAAAATIVI, ti guardano sempre con quella faccia come a dire “appena ti volti alzo il dito medio e ti rubo tutto quello che hai in macchina”. Non sia mai che lasciate i finestrini abbassati in presenza di un babbuino. Se ti ruba qualcosa poi te la devi vedere con diversi cm di denti.

Babbuino

Babbuini

Babbuino maschio

Hanno gli stessi enormi denti, ma su di me un impatto completamente diverso, gli scimpanzé.

Scimpanzé maschio

Per vedere questi primati bisogna addentrarsi nella foresta del Parco nazionale di Kibale dove, accompagnati da un ranger, inizia un trekking in mezzo al fitto della vegetazione. Non è così scontato trovarli perché nonostante le comunità possano essere molto numerose (fino a 150 esemplari) si spostano molto in fretta e se decidono di salire sulla cima degli alberi ADIOS. Considerato che dopo 5 minuti a prendere rami in faccia ed andare su e giù per i versanti della montagna avevo il fiatone ed ero intriso di sudore, siamo stati fortunati a trovare le scimmie dopo un’oretta e mezza, ed erano a riposo sul terreno. Ero incredulo di quanto il ranger esortasse me, ed un gruppo di persone accorse, ad andare vicino agli esemplari. Un paio di grossi maschi erano lì, a pochi metri, e sembravano non essere minimamente disturbati. Dopo qualche minuto dimentichi il fatto che siano animali talvolta aggressivi, onnivori (ammazzano brutalmente scimmie più piccole per divorarle) e molto forti. Ti limiti a guardarli.

Scimpanzé maschio

Forse perché influenzato dal cinema de Il Pianeta delle Scimmie, o forse perché condividono il 98% del DNA con l’uomo ma nei loro comportamenti, nei loro sguardi, non ho fatto altro che vedere un me stesso, solo un po’ più peloso. Il più giovane dei due era il capo della comunità, da poco salito al potere dopo una feroce lotta, ed era lì sdraiato con le gambe all’insù esattamente come mi sdraio io nel letto quando ho caldo. Dopo qualche sguardo curioso, era già ora di andare, con la consapevolezza che quello sarebbe stato solo un antipasto, prima di incontrare il vero re della foresta ugandese.

Scimpanzé maschio (capo branco)

L’Uganda è il regno del raro gorilla di montagna. Ne esistono circa 800 esemplari al mondo, tutti nello stesso posto, o meglio nella stessa foresta, divisa poi dai confini creati dall’uomo tra Ruanda, Congo ed Uganda.

Gorilla cucciolo

Bisogna lasciare la calda savana ed i laghi ricoperti da piante di papiro per raggiungere gli oltre 2000 metri dove si trova la Foresta impenetrabile di Bwindi, il sito dichiarato Patrimonio dell’umanità dall’UNESCO. Salendo di altitudine il paesaggio e la vegetazione cambiano. E’ il verde acceso delle piantagioni di tè a sovrastare le colline e a fare contrasto con la terra rossa della strada. Improvvisamente viene voglia di una tazza con un bell’infuso di quelle foglie fluorescenti, ma poi ti spiegano che lo esportano quasi tutto, #maiunagioia.

Piantagioni di tè

Lungo la strada ancora bambini. Dove possibile lasciavamo qualche cosa da mangiare, ma sarebbe servito un tir di roba per accontentare tutti. Dentro il minivan avevamo anche della cancelleria, ad ogni sosta accorrevano decine di mani che chiedevano una penna, un quaderno, un succo di frutta, qualunque cosa uscisse dai finestrini. Le soste dovevano essere cronometrate come un pit-stop di Formula 1, altrimenti sarebbero arrivati così tanti piccoli adulti da sommergere il veicolo. Ho visto nei loro occhi la gioia di chi riusciva a prendere qualcosa, la delusione di chi non era abbastanza forte o grande per superare la calca, ma anche la ferocia di chi tentava di schiacciare gli altri, o di chi era ad un passo da avere la propria fortuna, ma non veniva scelto. La sopravvivenza. In quel momento ho capito che non era il modo giusto, ho capito perché fossimo visti come musungu. Perché ci stavamo comportando come tali, guardandoli dall’alto al basso. Chi sono io, chi siamo noi per decidere chi è più meritevole. Forse stavo esagerando, mi ripetevo che era il caso a scegliere, ma se da una parte appariva bello e gratificante, dall’altra era doppiamente deprimente vedere le facce tristi della maggior parte di loro. Sembrava di essere allo zoo, protetto dalla gabbia con tutti i comfort, a guardare degli esseri viventi che si ‘ammazzavano’ per un pennarello. La guida raccontava che una volta si sono sono fermati per regalare dei vestiti a tre donne adulte. Sembravano tranquille e riconoscenti. Appena ripartiti hanno visto negli specchietti le tre donne che si azzuffavano violentemente per prendere gli abiti. Ci dev’essere un altro modo.

Una volta arrivati in un lodge in mezzo alle montagne, il Gorilla Mist Camp, non mi sentivo molto bene. Avevo dei giramenti di testa e le ossa a pezzi. A memoria non avevo toccato nulla che fosse crudo o lavato con l’acqua del posto, quindi niente Imodium per il momento. Avevo il terrore di misurare la febbre: 38,5! Collasso a letto, mezzo rintronato ma non abbastanza da non rendermi conto che non ci fossero le finestre. Nottata a base di coperte pesanti e boule dell’acqua calda ma soprattutto bestemmie in aramaico perché il rischio era quello di aver fatto tutta quella strada e tornare a casa senza aver visto i gorilla. Nella sfiga non mi era passato nemmeno l’appetito, che ho prontamente sconfitto ingozzandomi direttamente dal letto. Per fortuna mia zia, una delle persone a cui voglio più bene in assoluto, nonché mia compagna di viaggio, porta sempre con sé una quantità di medicine sufficienti a curare mezzo continente, praticamente una farmacia ambulante. Santa Tachipirina ed il giorno dopo, appena sveglio, ero come fatto di bamba. Meno male perché mi aspettava un trekking che sarebbe potuto durare 20 minuti come 6 ore, a seconda del tempo che ci avremmo messo a trovare i gorilla. Inoltre se fossi stato ancora malato non mi avrebbero nemmeno fatto partire per il rischio di contagiare gli animali.

All’alba le montagne e gli alberi sono completamente coperti da una fitta nebbia, ed è un attimo che sembra di essere catapultati dentro il film Gorilla nella Nebbia. Quelle sono le stesse montagne sulle quali Dian Fossey ha dedicato la sua intera vita allo studio dei gorilla di montagna, portando il mondo a conoscenza della loro bellezza ma anche della loro imminente estinzione, a causa del bracconaggio. Lo stesso che è costato la vita alla ricercatrice nell’85 sui Monti Virunga (Congo). Bisogna dire che la Fossey, oltre che osannata per i suoi studi, fu anche criticata per i suoi metodi più simili all’attivismo poco ortodosso che alla ricerca canonica. Se distruggi le trappole, non solo dei bracconieri ma anche quelle dei cacciatori delle tribù, oppure se ti mascheri da spirito del male e sfrutti le credenze sulla magia nera per spaventare gente che di mestiere ammazza esseri viventi, questi prima o poi si incazzano. Poi, perché sia stata uccisa brutalmente con una panga (un arnese utilizzato dai bracconieri per finire i gorilla finiti in trappola) lo possiamo solo ipotizzare, era scomoda ad un sacco di gente.

La pazienza che ha avuto Lucia nel farmi le foto da poser <3

Al campo base, vestito come se avessi ricevuto il kit del piccolo esploratore con il bastone di Gandalf e lo zainetto color cachi, il ranger spiega che ogni giorno 3 gruppi diversi, composti al massimo da 8 persone, partono alla ricerca di altrettanti gruppi di gorilla di montagna, sono quelli abituati alla presenza degli umani. La gitarella costa 600 dollari che, tanto per darvi un’idea, in Uganda è una piccola fortuna, ci sono persone che non vedono quella cifra in un anno.

Colobo

Vista la durata variabile del percorso ed il saliscendi piuttosto ripido in mezzo alla fitta vegetazione, ci consigliano vivamente di ingaggiare dei portatori, ragazzi che hanno la possibilità di guadagnare qualche soldo dando supporto e portando lo zaino. Vedo arrivare il mio. Magrissimo, quasi rachitico e subito ho provato un’enorme pena per lui. Il mio zaino, con tutta l’attrezzatura fotografica, l’acqua e accessori di sopravvivenza, sarà pesato 15 kg. Roba che al check in di Ryan Air mi avrebbero denunciato senza neanche provare a farlo entrare nel pertugio delle misure consentite. Mi sentivo in colpa, e continuavo a chiedere scusa per quel sacco di piombo. Finché mi sono accorto che dopo mezz’ora di scalata, in uno scenario misto tra Rambo e guerra in Vietnam, l’unico ad avere crisi mistiche, fiatone e dolore a tutto il corpo, ero IO. Ero così fuori di me che per un attimo ho pure dichiarato “mi metto a dieta”, poi ho pensato alla pizza, ed è tornato tutto a posto. Il mio portatore mi guardava, tendendo un bastoncino tra le labbra e non aveva neanche l’accenno del fiato corto. Forse era lui a provare pena in quel momento.

Continuiamo a fare su e giù per la montagna, in attesa che i trackers, due poveretti che partono all’alba per cercare i gorilla, ci dessero indicazioni sulla ‘strada’ da percorrere. Il ranger imbraccia un AK-47 e quando gli ho chiesto a che cosa servisse mi risponde che è per gli elefanti di montagna, più piccoli ed aggressivi, insomma molto pericolosi. Sbalordito che un elefante potesse passare in mezzo a tutto quel verde avvolgente, domando: “ma un Kalashnikov può uccidere un elefante?”. Ed il ranger sorridendo risponde “ma no, questo serve a spaventarli, se caricano siamo morti ancora prima che il pachiderma senta il proiettile”. Non contento gli chiedo se ci fossero dei serpenti sotto quelle foglie su cui stavamo camminando e lui felice ribatte “YEEEES we have many” ed inizia ad elencare cobra, pitoni, mamba! Maledetto a me e a quando mi scatta il Sapientino Clem Clem.

Dopo due ore di camminata su aree più o meno ripide, in un paesaggio con tanta di quella vegetazione da farti sentire fuori dal mondo, arriva finalmente il momento di fermarsi e lasciare gli oggetti superflui al portatore. Non mi sono subito reso conto che il primo gorilla di montagna della mia vita era esattamente sotto di me, a pochi metri, altro che maximum 8 metres close come indicato dai rangers nel briefing. E’ difficile spiegare la sensazione di stupore che ti lascia la vista di un animale a cui manca solo la parola tanto è simile noi.

Gorilla femmina

Gorilla femmina e piccolo (3 settimane)

Gorilla femmina

Se mi chiedete come sono i gorilla vi risponderei, senza pensarci, degli scoreggioni! Con tutta quella verdura che mangiano, foglie di sedano selvatico, è un continuo concerto di trombe di culo. Ma come diceva qualcuno, è sanità di corpo. Il gruppo avvistato era composto da qualche femmina, dei cuccioli un po’ più grandi, un piccolo di appena tre settimane con ancora la crosta lattea in testa e lo sguardo birichino e ben tre silverback, maschi col dorso di colore argenteo. Ma solo uno era il capo, un bestione di un metro e settanta con la testa a punta, lo sguardo cattivo e dei muscoli così grossi che se per sbaglio decide di darti un cartone, finisci di girare nell’anno nuovo.

Gorilla maschio silverback

Gorilla femmina e piccolo (3 settimane)

Li ho osservati in rigoroso silenzio, da vicino, da molto vicino e la cosa assurda è che non cagavano nemmeno di striscio, nonostante mi separasse uno spazio minimo dalla femmina con il piccolo in braccio. Ero talmente invisibile che la mamma non si è minimamente preoccupata quando, tirando giù un grosso ramo per mangiarne le foglie, mi ha preso in piena fronte. Avete presente Fantozzi quando si tiene la mano sulla bocca per non fare rumore mentre soffre? Ecco, ma porcaaaa!

Piccolo 3 settimane

Piccolo 3 settimane

Piccolo 3 settimane

L’unico che non esita a dimostrare il fastidio è il capo branco, quando ho osato avvicinarmi un pelo di più mi ha lanciato un’occhiata che sembrava la stessa di mia madre quando facevo qualcosa di sbagliato, e ha sbuffato picchiando per terra i pugni. Ok ho capito, VIA PIÙ VELOCE DELLA LUCE. Intano pensavo alla storia che ci aveva raccontato la guida italiana, Pilù, da diversi anni in Uganda. Pare che tempo prima avesse accompagnato dai gorilla un gruppo di italiani tra cui c’era il classico imbecille patentato, quello a cui speri che capiti qualcosa che gli faccia passare la voglia. Ebbene l’imbecille in questione ha pensato che fosse una cosa intelligente provare a riprodurre i versi dei gorilla in faccia al capo branco “uh uh uh oh”. Il gigante, con un aplomb invidiabile…l’ha caricato fermandosi ad un centimetro dalla sua faccia, e dopo un ruggito di quelli da farne un cucchiaino nei pantaloni – tra l’altro deve avere lo stesso alito del Fabius di De Luigi a Mai dire Gol – è tornato sui suoi passi lasciando l’imbecille dello stesso colore di Michael Jackson.

Gorilla maschio capo famiglia

Gorilla maschio capo famiglia

Seguiamo il gruppo che si sposta nella vegetazione per circa 45 minuti, con i piccoli che giocano tra loro rumorosamente, le femmine che quasi ci sfiorano senza preoccuparsi della nostra presenza, e le gambe, le mie in particolare, che si fanno terribilmente pesanti per stare al passo di quelle bestie meravigliose. Non riesco a trattenere il sorriso, ed il tempo sembra passare al triplo della velocità. Li guardo, guardo le loro mani maledettamente simili alle nostre e penso al cinema che ha spesso tirato fuori un mostro che in questi animali non esiste, o se esiste è nascosto nel profondo, tanto che per vederlo bisognerà probabilmente insultargli la mamma. Nessun King Kong o Congo, ma più che altro Gorillas in the Mist e Instinct.

Ho incontrato i famosi Grandi Giganti Gentili ed è qualcosa che non si dimentica.

Piccolo (3 settimane)

La loro gentilezza è costata molto cara in passato alla specie, non essendo aggressivi venivano facilmente avvicinati dai bracconieri che ne facevano una strage. Adesso la situazione è più o meno sotto controllo, ma se gli esemplari di gorilla di montagna sono in crescita, a diventare stretto è lo spazio, costringendoli così ad oltrepassare i confini della foresta in cerca di cibo. Gli uomini dei villaggi spesso devono creare delle vere e proprie cordate umane per cercare di contenere le grosse scimmie antropomorfe nel loro habitat, dove sono al sicuro. In fin dei conti però, meglio un problema di sovrappopolazione che di rischio estinzione, almeno per come la vedo io.

Gorilla machio silverback

Gorilla

Durante il trekking di ritorno, al gruppo si unisce la moglie di uno dei trackers. Dopo qualche minuto, sgrano gli occhi e mi accorgo che la signora dalle forme generose, sotto il vestito colorato, non portava le scarpe. Io controllavo il terreno terrorizzato prima di ogni passo, e questa si faceva largo tra formiche, ragni e chissà che altro con le dita prensili sulla terra, come un hobbit. Una volta arrivati alla strada battuta, la signora tira fuori dalla borsa le ciabatte, e le indossa. Bo.

Camaleonte di Jackson

Comunque dopo questa esperienza mi sono meritato la maglietta delle bancarelle con su scritto “ho penetrato l’impenetrabile”, e rido pensando al fatto che ho diversi amici che la meriterebbero anche senza aver fatto tutta questa strada.

Al campo base rincontro la zia insieme ad un’altra compagna di viaggio, una ex professoressa del mio liceo, e vi dirò, dopo anni passati ad immaginare omicidi verso TUTTI i miei professori, ho capito finalmente cosa vuol dire andare d’accordo con un bravo professore, tanto da volergli bene. Ci sono voluti quei 30 anni appena, ma SI PUÒ FAREEEEE.

Mi raccontano che mentre noi eravamo a sputare il sangue – ingigantisco per cercare di uscirne da eroe – loro erano andate a visitare l’orfanotrofio del villaggio vicino. Dopo essermi congratulato con loro per il coraggio – io probabilmente sarei sprofondato nel magone per una settimana – spiegano che è stata un’esperienza toccante e meravigliosa. Mi raccontano che chi si occupa di aiutare quei bambini sta facendo un lavoro fantastico. Insegnamento – ricordiamoci che ancora si dice ‘se vuoi tener segreto qualcosa ad un africano, basta che lo scrivi’ – gioco, regole ed educazione rappresentano il modo migliore per utilizzare i pochi fondi e le donazioni che a volte arrivano. In quel momento ho capito. Quello è il modo giusto. Gli aiuti a queste strutture sono quelli meglio indirizzati, perché gestiti da persone sul territorio che sanno come distribuire le risorse e come aiutare le persone che ne hanno più bisogno.

Attraversando per l’ennesima volta la linea dell’equatore non posso fare a meno che guardarmi attorno cercando di riempire il più possibile gli occhi ed il cuore di quello che solo l’Africa può mostrare. Coccolato dall’aria sul volto, respiro tutti quegli odori, sapendo che mi mancheranno. Anche se dopo 10 giorni l’unica fragranza che sento nelle narici è quello dell’antizanzare.

Realizzo sempre di più che non mi stancherei mai di osservare il caos frenetico di quelle città, i sorrisi, gli sguardi curiosi, ed una natura che rappresenta uno degli ultimi polmoni verdi incontaminati del pianeta. E poi i tramonti sono pazzeschi. Sembra incredibile che il sole sparisca così in fretta all’orizzonte, va via in un attimo. Ma è proprio quello il momento in cui capisci che lo spettacolo non è finito. Il cielo si accende di un rosso vivo, e la bocca si spalanca come se avessi appena visto @emrata passeggiare ai bagni Mariuccia.

Rwakobo Rock

Recentemente alcuni ricercatori hanno pubblicato uno studio secondo il quale sarebbe in atto la sesta estinzione delle specie sulla Terra. Stiamo uccidendo gli animali, stiamo cancellando la biodiversità, stiamo facendo scomparire qualcosa che è migliaia di volte più perfetto e bello della plastica, ma quel che è peggio è che finiremo per uccidere anche noi stessi. L’Africa per ora conserva ancora una delle sue perle, ma l’Uganda è un gioiello che rischia di perdere qualcosa che ogni uomo dovrebbe vedere. Bisogna aprire gli occhi sul serio e capire cosa fare prima che sia troppo tardi.

Sono sicuro che chiunque avesse mai la possibilità di incrociare lo sguardo con uno di quei maestosi giganti gentili, realizzerebbe che il mondo è, e deve rimanere, un posto meraviglioso in cui vivere.

GRAZIE a mia zia, a Bramardi viaggi e a tutto il gruppo.

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